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Intervista a Luca B. - Parte Uno![]() Foto di Raffaella Lollini In eslcusive only for kayakpolo.it the interview to Luca Bellini by Alberto Baroni. The interview is long and the staff of the web ... Martedì, 15 Giugno 2010 | Comments Leggi tutto... |

Dopo aver affrontato la genesi di questo sport ed averne seguito i primi incerti passi, poniamo ora la nostra attenzione sullo sviluppo che la canoa polo ha avuto negli anni immediatamente successivi al dopoguerra e attraverso gli anni sessanta, cogliendo quegli aspetti che si riveleranno fondamentali per l’espansione che conoscerà a partire dalla fine degli anni settanta.
Come abbiamo detto, tralasciando le dispute territoriali , la polo si è sviluppata, essenzialmente, come un movimento prettamente europeo, inizialmente nei paesi anglosassoni quali Gran Bretagna e Germania, poi approdato in Francia e forse anche in Olanda.
Ma in che modo si stava sviluppando la canoa polo?
L’uso di questi spazi, se vogliamo decisamente ristretti se rapportati ad un fiume o ad un bacino remiero, imponeva due condizioni: un numero esiguo di giocatori e soprattutto imbarcazioni di ridotte dimensioni con caratteristiche idrodinamiche che le rendessero facili da manovrare.
Esattamente quello che non esprimeva il parco imbarcazioni dell’epoca.

Si rendeva quindi necessario mettere mano alle idee e sfruttare la forte crescita dell’industria del dopoguerra, che favoriva lo sviluppo di nuove tecnologie e materiali da costruzione.
L’impulso maggiore a questa disciplina, per lo meno nella fase iniziale, lo hanno sicuramente dato gli inglesi fin dai primi anni 50, prestando particolare attenzione allo studio per l’adattamento delle imbarcazioni e dei materiali ad un contesto di gioco che prevedesse il contatto e la necessità di manovrare velocemente. In altre parole si è cominciato a pensare alla canoa polo come sport autonomo e tale, da svilupparsi in una cornice propria, non più come semplice attività ludica sostitutiva o propedeutica.
In modo che, la ricerca delle prestazioni non passasse solo per la parte tecnica e fisica, ma coinvolgesse anche l’elemento barca, come strumento “atto a praticare”, con specifiche e necessarie caratteristiche opportunamente studiate.
Sotto questa spinta, anche se a dire il vero dopo circa un decennio, per opera di Alan Byde, noto canoista e costruttore di imbarcazioni inglese, nonché autore di diverse opere sull’intero mondo della canoa, nasce il primo prototipo di barca specifico per il gioco della polo. Il progetto, chiamato B.A.T. (Baths Advanced Trainer), è di fatto il capostipite delle barche che si usano attualmente e segna la prima importante rivoluzione di questo sport, con le numerose migliorie che introduce nello svolgimento del gioco.

Coperta chiusa, punte arrotondate, un discreto volume e pancia completamente piatta sono innovazioni equiparabili alle minigonne ed ai motori turbo della Formula Uno, in quanto garantiscono agilità e manovrabilità, uniche e impensabili fino a quel momento.
Ma i primi anni 50 segnano un'altra svolta storica.
Più precisamente nel 1952, a seguito della formazione della neonata Australian Canoe Federation, della sua affiliazione alla ICF (International Canoe Federation) ed ai rapporti su base Commwelt che la legano a doppio filo con la Gran Bretagna, la canoa polo varca i confini europei e sbarca oltreoceano, in Australia, dove conosce un vero e proprio boom.
Grazie anche alla corrispondenza dei giochi olimpici di Melbourne del 1956 e alla buona propensione degli australiani (fedeli da sempre al motto “sport & fun”) alla sperimentazione di nuove discipline da praticare fuori stagione, la canoa polo, miete notevoli consensi.
Nel 1953 l’entusiasmo dei canoisti australiani viene premiato con l’istituzione della prima manifestazione ufficiale di canoa polo in occasione dei terzi campionati australiani di canoa sprint, tenutisi a Penrith sul fiume Nepean.
A dire il vero siamo ancora ad uno stato evolutivo embrionale, non tanto per quanto riguarda l’aspetto tecnico (sarebbe illogico il contrario!), ma per ciò che concerne lo svolgimento del gioco.
Si praticava, infatti, con canoe “open” di tipo turistico, con addirittura due canoisti, uno a poppa con compiti di timoniere, l’altro a prua, deputato alle evoluzioni con la palla.
Questo tipo di gioco, molto in voga tra i wallabies, è stato praticato fino ai primi anni settanta, fino a quando, stando agli annali storici, Ray Abrahall di Sidney (attuale dirigente della NSW), di ritorno dalla maratona Devise-Westminster nel Regno Unito, importò, insieme ad un modello di B.A.T., il modello di gioco inglese, suggerendone l’utilizzo alla NSW Canoe Association.
La spettacolarità della specialità, praticata in Europa, condita da un numero illimitato di takles di barca, ha immediatamente conquistato gli australiani, tanto da far nascere in pochissimo tempo un considerevole numero di praticanti e di squadre.
Tornando in Europa, dobbiamo invece annotare, che dopo un promettente avvio, in Francia, per stessa ammissione degli storici transalpini, si inverte la tendenza e si perde, per circa quindici anni (dal 1955 al 1970), ogni traccia di manifestazioni di canoa polo.
Ciò può essere dovuto, ma queste sono pure teorie, o ad una semplice mancanza di memoria storica, oppure, ad una effettiva flessione fisiologica che può aver subito il movimento, magari, a causa del ritorno in auge di quel “purismo canoistico”, avverso alla polo, che ne aveva caratterizzato gli esordi.
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